Prologo La Signora Burt ha sempre amato la campagna anche quando si trovava in clinica; ma quello è stato tanto tempo fa... Quelle che vi sto per raccontare sono le tre vite della Signora Burt che fu Clara e divenne Emma. Ora sedetevi, mettetevi comodi e fate attenzione perché dopo aver letto questa storia potreste vedere la Signora Burt passeggiare nella vostra città o potare le vostre rose. Quindi tenete gli occhi bene aperti... Io vi ho avvisati. La profumata vita della Signora Burt La Signora Burt amava tutti i fiori, ma proprio tutti; senza esclusione. Viveva in campagna. La Signora Burt diceva che i fiori le mettevano il buon umore, e lei i suoi fiori li curava uno a uno, singolarmente. Amava soprattutto le rose, rosse gialle e bianche, in giardino. La Signora Burt aveva un rosaio. Se entravi nella sua perfetta cucina, trovavi un grosso vaso rosso; dentro c’erano fiori freschi, tutti i giorni. La Signora Burt era una piacevole signora di cinquant’anni, anche se diceva di sentirsene una sessantina; aveva un neo vicino alla bocca, un gatto e un cane. La Signora Burt non aveva figli, aveva pochi amici e due piante grasse nell’ingresso della sua enorme sala da pranzo. Viveva a circa venti minuti di macchina dal centro; per scelta, badate bene. La Signora Burt non amava i rumori troppo forti; la indispettivano. Quando la Signora Burt si recava in città, ascoltava sempre il suo cd preferito di Mozart così non sentiva il chiasso dell’euforia cittadina: meglio le sue piante, pensava lei. Capitava spesso di vederla passare con il suo immancabile spolverino bluette. Non passava inosservata tra la folla per il suo innato sesto senso, diceva lei; beh, dico io, non passava inosservata perché si vedeva che era una strana persona: lo si vedeva dalla camminata, da come poneva i piedi uno davanti all’altro o da come sorrideva chiacchierando con sé stessa. Quando la Signora Burt chiacchierava con sé stessa non lo faceva muovendo le labbra; era come un monologo interiore continuo, un flusso inesauribile che la accompagnava da quando aveva circa tre anni. La Signora Burt non era mai stata propriamente sola, come se un’altra Signora Burt vivesse dentro di lei e le parlasse di continuo. Matta? No, divertentente direi; era come avere una sorella gemella che non è mai nata. Ma c’era, e la Signora Burt lo sapeva. Dimenticavo di dirvi che la Signora Burt suonava il violino egregiamente. Professione della Signora Burt era: scrittrice. Insomma lei scriveva, chiacchierava, sognava, pensava e potava le sue amatissime piante. Ciocco era il suo cane, Latte era il micetto; uno aveva il manto scuro, l’altro chiaro. Erano buffi Ciocco e Latte; dormivano insieme. Si amavano, in qualche modo. Direi che la Signora Burt era una donna felice, per niente sola, del tutto soddisfatta della sua vita. Una donna nuova. Prima di diventare la Signora Burt, era semplicemente Emma; adorabile ragazzina prima, e buffa giovane poi. Andò più o meno così: compiuti da poco i diciotto anni, Emma fece un viaggio; purtroppo, però, questo è solo quello che hanno raccontato a lei dopo. I medici dicevano di essere speranzosi, la memoria le sarebbe tornata, bisognava crederci; e lei li ascoltò. Per anni si convinse che un giorno, come per magia, tutto sarebbe tornato nitido e chiaro nella sua testa; ma non avvenne. Così sapeva perfettamente chi fosse la nuova Signora Burt ma della vecchia neanche un’immagine. Ricordava cos’aveva mangiato a colazione ma non aveva idea di come fosse la sua vita prima della morte del padre, se avesse avuto un cane o un vestito rosso a fiori. La Signora Burt rammentava solo il motivo per cui aveva scelto di partire: e questo era l’unico punto che, in qualche modo, la legava al suo passato. La Signora Burt non poteva dimenticare quel giorno, quella pioggia estiva incessante. Era quasi piena estate eppure pioveva e la pioggia le ingabbiava il cervello: questo la Signora Burt lo ricordava. E ricordava l’odore, non poteva dimenticare quell’odore... La Signora Burt odiava la pioggia; lei sapeva il perché. Il chiacchiericcio delle cicale fastidioso e tutto intorno quell’insopportabile rumore di niente... Poi il colpo, uno sparo isolato. Tutti pensarono ai cacciatori, allo scoppio di una gomma; tutti tranne lei, che corse nello studio di suo padre. L’unica scena della sua vecchia vita che la Signora Burt poteva vedere era troppo nitida anche per chi della vita non possiede più niente. Ricordava l’odore di pipa, la musica alta, l’adagio di Beethoven, il giornale aperto sul tavolo; e il sangue che miseramente gocciolava giù, a fiumi, coprendo anche il tappeto blu di angora. La tintoria non avrebbe mai potuto cancellare quelle terribili macchie; il tappeto era irrimediabilmente rovinato, per sempre. Emma rimase bloccata sulla porta. Tanto precipitosa era stata prima, quanto ora sembrava che un piedistallo le reggesse le immobili gambe, gelate. L’immagine le si fissò negli occhi, fin dentro il cervello. Riuscì solo a smettere di respirare e svenne. Emma ricordava la terra che fredda lo ricopriva; tutti i fiori, bianchi. Il nero dei vestiti, l’aria pesante, il sole nel cielo, Emma ricordava tutto. Poi, quando il dolore era diventato troppo forte, Emma si sedette e credette di morirne. Ma Emma non morì e raccolse un fiore. Le mani erano fredde sotto i guanti di seta e il sudore le rendeva il respiro affannoso. Lei voleva solo un altro attimo ma nessun tempo è misericordioso e per lui calò il buio. Nessun rumore, niente, nessuna voce, niente, nessuno, niente di niente, solo dolore, solo buio; solo fiori, quelli erano veramente tanti. Eppure Emma respirava ancora, sentiva freddo, desiderava dell’acqua; questo lo ricordava: era in quel momento così volgarmente umana che temeva di avere fame. Ebbe fame: l’uomo è carne. Il silenzio le era piombato dentro, lacerante: la Signora Burt avrebbe saputo descriverlo ancora ma non ricordava nulla, nemmeno un divano della sua vecchia casa; solo lo studio, quello sì; ma non un volto, neppure uno, non un nome; ricordava il tappeto macchiato di sangue, ricordava lo strazio, gli spilli che si sentiva dentro, che non smettevano di pungerla, ricordava l’adagio, la litania ma poi è come se il buio le fosse entrato dentro, come se la lancetta si fosse fermata ma il tic tac scandisse ancora i suoi giorni, nuovi. Emma, quando capì che la voce non le sarebbe più uscita dall’ugola se avesse continuato a vivere in quell’orologio fermo, decise di partire per un lungo viaggio e la voce lentamente le tornò in gola; dimessa, soffocata; stridente, ma solo ogni tanto. Poi ci fu l’incidente e la Signora Burt perse la memoria, tutta; tranne il tassello peggiore. Ogni cosa sembrava ricordarle di essere stata muta. Una mattina la Signora Burt andò al mercato per comprare delle nuove piante. “È ora; poi se si perde il momento giusto muoiono”. Comprò un glicine, una mimosa e un piccolo bonsai da tenere in salotto. Si divertiva Emma Burt a potare le piante asimmetricamente: così il difetto non le rendeva banali. Mentre era in giardino a piantare la sua mimosa, poco lontana dalla vecchia, grande e gialla, un odore le rese un’immagine, un po’ sfuocata. Allora si sedette sulla sedia a dondolo di paglia nel gazebo e pensò. “Emma! Emma!”, si sentì chiamare; le sembrò quasi che le stessero toccando la spalla. “Allora Emma, muoviti!” insisteva la voce. Dei rumori le affollarono il cervello. Era in un’enorme casa bianca con un grande giardino, in campagna; era primavera. C’era un albero in mezzo al prato, una quercia. Era talmente grossa che le bimbette riuscivano appena a girarle intorno cantando stupide filastrocche e ridendo di gioia. Erano in cinque, compresa lei. La più grande, secondo Emma, avrà avuto circa otto anni; le altre andavano scalando fino ad arrivare alle più piccole che quattro anni non li avevano di certo. Lei avrebbe potuto averne sette: ma cosa ci faceva in quella casa, in quel giardino, intorno a quella quercia? “Emma, Emma!”, la Signora Burt sentì di nuovo quella voce: era Matilde, la maggiore. “Che vuoi?”, domandò tutta infervorata. “Emma, ti pare il modo di rispondere a tua sorella!?” disse una donna sulla quarantina con un caratteristico accento english. “E questa adesso chi è?” pensò la Signora Burt vestita da bimba nobile di sette anni. Miss Moore aveva una strana inquietudine in volto, come se dovesse fare attenzione a ogni accento di quella giornata; però non aveva l’aria antipatica, sembrava solo un po’ preoccupata. Le bambine entrarono in fretta in casa dopo pochi minuti. La villa era stupenda, maestosa: c’era un’immensa sala da gioco; c’erano bambole ovunque e le doll house erano a quattro, cinque piani; tutto era ricco, sfarzoso. Tutto aveva il gusto di caramelle alla fragola; tutto era più che zuccherato. La Signora Burt sedeva sulla sua sdraio, assorta, quando le suonarono il campanello: era la vecchia vicina. Si alzò e andò ad aprirle il cancello, quello piccolo. La Signora Burt era talmente cordiale che tutti nel vicinato l’amavano, specialmente la Ida. Emma non sapeva bene il perché, anche se qualche sospetto c’era, ma tutti in paese chiamavano la vecchia Ida, Maga. In paese si diceva che nelle notti senza luna la Maga facesse strane magie e potesse librarsi in volo a cavallo della sua scopa. Aveva un marito, molto tempo prima: i due non avevano avuto figli e un giorno lei disse a tutti che lui era partito per la guerra. “È in Russia” diceva; ma in paese tutti sapevano, perché l’aveva detto il dottore al parroco, che il suo povero marito era stato riformato per un soffio al cuore. C’era chi credeva, ma lo diceva sottovoce, senza troppa enfasi, che la vecchia Maga l’avesse impagliato dopo averlo trasformato in un cuculo. Nelle notti senza luna, osservando la sua casetta semi diroccata, s’intravedeva dalle finestre una fioca luce; dalla canna fumaria usciva uno strano fumo giallino. La Maga zoppicava, o meglio camminava oscillando da una parte o dall’altra. “Signora Burt, le ho portato i broccoli. So che le piacciono... Ho fatto male?” disse gentilmente la vecchia a cui nessuno, esclusa la Signora Burt, andava a genio; forse per le chiacchiere. Ogni giorno, verso le quattro, il Beppo faceva un giro in bicicletta e attraversava tutta la contrada. La sua stravaganza, per chi non l’avesse mai visto, era innanzitutto nel modo di pedalare: usava solo una gamba; l’altra la lasciava penzoloni. Era un tipo strano, con i capelli bianchi, il naso rosso per il vino e le basette sempre perfette. Era sempre mal vestito, maleodorante, mal pettinato, insomma sempre mal messo... Ma le basette... Le basette erano sempre rigorose, retaggio di non so quale disciplina popolare. Passando in bicicletta urlava: “Pace e bene!”. Lo urlava a tutti, indistintamente, e se gli rispondevi: “E allora Beppo, come va?”, ti sorrideva con quei pochi denti marci che gli erano rimasti “io sto bene è il mondo che sta male!”. Un tipo strambo direi, non cattivo né di un’intelligenza acuta; e nemmeno loquace dato che a prescindere dalle sue piccole perle non ti raccontava mai nulla di sé. Forse in bicicletta sapeva di poter schivare le domande, allora si permetteva qualche parola. La Signora Burt non sapeva bene il perché ma il Beppo e la Maga non si parlavano più da anni; alcuni avevano insinuato che tra loro ci fosse stata una storia ma la vecchia Maga non gliene aveva mai parlato, né lei le aveva mai chiesto nulla in proposito. Dopo averla ringraziata adeguatamente, tè e biscotti inglesi, la Signora Burt aveva salutato la vecchia Maga che intanto si era già alzata e avviata al cancello. “Domenica ci sarà la festa del paese: non potrà mancare...”. Si sentì incastrata: “Certo Ida, non mancherò!”, rispose aggrottando il sopraciglio sinistro. “Sa che il figlio dei Trada chiederà in quell’occasione a Elide di sposarlo? Lo dicono tutti giù in paese” continuò dall’uscio la vecchia. “Quella Elide non piace per niente; dicono che sia proprio un ragazzaccia, che tenga il piede in più scarpe e che stia con il giovane dei Trada solo per soldi. Io non mi voglio esprimere, io mi faccio i fatti miei, ma la moglie del farmacista l’altro giorno mi ha giurato d’averla vista al parco con Berto. Ma io non voglio proprio esprimermi, io mi faccio i fatti miei; comunque ho sempre pensato che seguisse le orme della sua razza bastarda: sono tutti bastardi i Rao, brutta gente! Suo nonno era addirittura...” disse la vecchia avvicinandosi all’orecchio della Signora Burt, come per non essere sentita, “... una camicia nera!”. La vecchia si fece frettolosamente il segno della croce e uscì. Ma prima di uscire si voltò. “Mio nonno lo diceva che dai Rao bisogna aspettarsi di tutto: sono dei bugiardi, mentono per natura ed Elide è degna erede della sua razza. Mio nonno era un uomo saggio; pensi che in paese molti lo consultavano per avere consigli e addirittura metteva pace quando due litigavano... E i bisnonni della Elide come se litigavano! Ricordo una volta, io non avevo ancora cinque anni, era prima che mio nonno cacciasse di casa mia madre con prole al seguito. Eravamo tutti seduti intorno al grande tavolo della cucina, davanti alla stufa. Non era poi molto grande il tavolo; ero io che lo vedevo grande: non avevo intuito che era la stanza a essere piccola. Quella stanza era tutta la nostra casa. I Rao litigavano sempre e mio nonno veniva chiamato per mettere pace, ma quel giorno... Quel giorno il vecchio Rao aveva tirato una scodella sulla testa della sua consorte e lei era rimasta tramortita per dieci giorni. Fu chiamato anche Otello, il medico. Lui non lo denunciò e il nonno cercò di farli riappacificare ma Otello glielo diceva che prima o poi l’avrebbe uccisa, che sarebbe bastato un colpo un po’ più forte. Otello non era certo famoso per il suo cuor di leone e così se ne lavò le mani e le sciacquò nel suo catino di ceramica, la sera, quando tornò a casa. Otello non si era sposato e le chiacchiere in paese correvano pure su di lui. Viveva con la sua vecchia mamma. Lui non si era sposato perché non gli piacevano le donne e alle donne di certo non piaceva lui. Otello preferiva stare con gli uomini, ma non con quelli che lo offendevano, anche perché poi, quando stavano male, era lui che doveva occuparsi di loro; e Otello non dimenticava gli insulti. La madre era contenta che vivesse con lei: nessuna donna sarebbe stata adatta al suo bambino ma tanto a Otello le donne non piacevano... E non gli piaceva neanche il vecchio dei Rao: le sue burle erano tra le più cattive. La razza dei Rao è bastarda di generazione in generazione. Non ha saltato nessuno, solo la povera moglie del vecchio Rao: ma lei era acquisita e poi non è durata molto; una delle tante scodelle le fu fatale. Solo che non era una scodella ma la vanga; e la vanga è più pesante. Sa, Emma, tutti sapevano in paese che era stato lui. Tutti. Ma i carabinieri non lo arrestarono perché il vecchio Rao ne conosceva una più del diavolo e il diavolo ha le mani lunghe. Così mio nonno non riuscì a salvare la povera Maria e nemmeno Otello riuscì a fare qualcosa ma si prodigò per salvare sua madre che visse fino a novantadue anni. Ai cento non ci arrivò e Otello era triste e sconsolato. Arrivederci Signora Burt”. La vecchia Maga si avviò a ripercorrere, sulle sue sbilenche anche, il lunghissimo viale.
La Signora Burt
Ilaria Palmosi
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