pubblichiamo libri per vendere emozioni
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Il giorno in cui ho conosciuto Tito e Lele faceva caldissimo a Roma. Era una delle prime giornate di luglio. Forse la più calda dell’anno. Ero sceso sotto casa a prendere dei cd che avevo dimenticato in macchina la notte prima e che mi aspettavo di trovare ormai squagliati, quando mi sono sbucati davanti i loro due corpi seminudi in sella a un motorino sgangherato. Erano senza casco e indossavano solo ciabatte e costume. Niente maglietta. La tenevano entrambi sotto al sedere. Tito aveva un asciugamano arrotolato male in mano. Dopo un po’ ho realizzato che la salita dalla quale erano comparsi era senso unico; a scendere. Facevamo parte dello stesso gruppo di amici, quindi sapevo chi fossero, ma non avevamo mai approfondito un rapporto. Quel giorno si sono fermati proprio per parlare con me e mi è sembrato carino fare per primo almeno il secondo passo: “Ciao!” li ho salutati. “Ciao!”. “Come va?”. “Bene, te?”. “Bene bene. Ma dove andate vestiti così!”. “A fare un bagno!”. “Come un bagno? Alle cinque di pomeriggio!”. “Eh! Vuoi venire?”. Mi sono spostato indietro. Era la prima volta che sentivo Lele parlare; la sua voce profonda e cavernosa mi ha sorpreso. “Perché no?” ho risposto. “Parcheggiate quel catorcio!”. Generalmente ci penso due ore prima di dare una risposta definitiva, invece in quell’occasione mi sono sentito travolgere da un’ondata d’incoscienza che non sono riuscito a trattenere. Probabilmente l’idea di aggregarmi a quei due e seguirli ovunque mi aveva sedotto appena li avevo visti. Lele lo conoscevo davvero poco, non credo ci fossimo mai neanche presentati. Con Tito forse sì, ma comunque non ricordavo il suo nome. Sapevo solo il suo cognome: Tittozzi, dal quale derivava il soprannome. Sono montato e ho acceso il motore, poi sono saliti anche loro chiedendomi: “Ma tu come ti chiami?”. “Appunto!” ho pensato. A proposito, io mi chiamo Matteo, Lele si chiama Ezechiele e Tito Stefano. “Quando avete deciso d’andare al mare?” ho chiesto. “Mah, veramente mai!”. “Come mai?”. “Mai! Io sono uscito di casa accaldato e con una gran voglia di fare un bagno, ho preso un asciugamano, ho raggiunto lui ai Fortini ed eccoci qua!”. I Fortini sono un belvedere del nostro quartiere che usiamo come punto di ritrovo. Anche se forse belvedere è un termine un po’ affettuoso visto che da lì di Roma si vede quasi esclusivamente la periferia. Ma ci sono i Castelli in lontananza e quando c’è alta pressione sembra di starci dentro. “E tu perché eri già vestito così?” ho chiesto a Tito. Si sono guardati, hanno aggrottato gli occhi e sono esplosi in una risata. “Che c’è?” ho chiesto ridendo anch’io. “Scusa, ma te come sei vestito?”. Ero in ciabatte e costume. “Che c’entra, io stavo a casa!”. “E anch’io!”. “No! Non è vero! Tu stavi ai Fortini!”. “Eh, e i Fortini sono casa mia!”. Ne è nato un discorso su come la propria città vada vissuta senza badare alle regole stilistiche o al giudizio della gente ma così come ci si sente, comodamente. Senza rendermene conto cominciavo a far mia una visione del mondo molto più morbida e distaccata. C’era qualcosa di saggio in quei due; ne ero rapito. Siamo arrivati al mare, a Focene. Lele mi guidava. Abbiamo parcheggiato nello slargo sterrato di un bar abbandonato ma non ho avuto neanche il tempo di chiudere la macchina che abbiamo cominciato a correre verso l’acqua. Ci siamo spogliati e tuffati. Sono rimasto in apnea per un po’ perché vicino al fondo l’acqua era più fredda. Appena ho rimesso la testa fuori mi sono piovuti addosso una moltitudine di schizzi. Ho contrattaccato con scarso successo finché Lele non si è schierato dalla mia parte e abbiamo sommerso Tito. “Nuotatina?” si sono poi domandati l’un l’altro credo sfidandosi. “Nuotatina!”. E sono partiti dirigendosi verso una boa lontana. Io li ho seguiti. Ero palesemente il più lento dei tre. Quando li ho raggiunti si sono allontanati dalla boa prendendomi in giro ma non mi restava il fiato per rispondere. “Se vuoi ti riportiamo a riva noi!”. “Vaffanculo!”. “Dai. Aggrappati”. L’ho fatto senza troppi complimenti. Vedevo che si guardavano deridendomi ma non m’importava. Quando siamo usciti ci siamo sdraiati sul bagnasciuga. Eravamo freschi, stanchi e sorridenti, distesi l’uno di fianco all’altro. Siamo rimasti in silenzio a contemplare la magia di quel momento; o almeno così ho fatto io. Poi di nuovo, com’era successo in macchina, mi sono sentito schiacciare dalle loro presenze. “Che cosa avete in mente per quest’estate?”. “Io vorrei fare una vacanza di mare rilassante, di quelle che ti svegli e non devi pensare a niente, in una casa distante dall’acqua massimo così” Tito ha indicato la nostra distanza dal mare. Mica male. “E tu?” ho chiesto a Lele. “Io vorrei andare in Sardegna con mio fratello a fare surf, ma non credo che mi lasceranno”. “E perché?”. “Perché mi hanno steccato!”. “No!”. “Sì”. “E come hai fatto a farti steccare?”. Ha alzato le spalle, come per dire “Boh!”. Non ho indagato oltre. Poi ho capito da alcune domande di Tito che c’erano stati dei problemi nella sua scuola e che avevano bocciato praticamente tutti. “Io ho preso sessantanove invece!”. “No!”. “Sì!”. “Ma è il voto!”. “Eh sì! E tu?”. “Settantatre, ma perché la commissaria esterna di italiano mi ha odiato da subito, sennò avrei preso di più”. “Sì sì!”. Intanto il sole stava tramontando. Era uno spettacolo stupendo e ci siamo concentrati tutti su quell’immagine. Ma se il sole tramontava voleva anche dire che era tardi. Mi è venuta l’ansia. “Andiamo?” ho chiesto. Hanno annuito un po’ interrogativi. Ci siamo alzati. “Vi va di restare a cena qui?” ha proposto Lele. “C’è un ristorantino di un mio amico proprio a due passi”. Lo aveva detto al plurale ma guardava solo me. “Ok” ho risposto un po’ incerto. M’imbarazzava l’importanza che mi attribuiva. “Però devo avvertire i miei” ho aggiunto. E sono fioccate le prese in giro. “Devo avvertire la mamma!” mi ha rifatto il verso Lele. “Mi aspettano per cena!” ha aggiunto Tito con lo stesso tono. Arrivati alla macchina ho preso il cellulare e letto: 21:09; 7 chiamate perse; ma non ho fatto in tempo a vedere chi fosse che ha subito ricominciato a squillare. Era mio padre. “Pronto?”. “Dove cazzo sei?”. Ho realizzato improvvisamente di essere sceso un attimo a prendere una cosa in macchina e quattro ore dopo non ero ancora rientrato. “Al mare!”. Mi sono beccato una bella ripassata ma almeno avevo avvertito che non sarei tornato a cena. Siamo montati e ci siamo diretti verso il ristorante dell’amico di Lele. Era sul mare ma non si mangiava solo pesce. Sembrava abbordabile. C’erano le tovaglie diverse da tavolo a tavolo e i tovaglioli di carta. Un’atmosfera familiare. Lele entrando ha salutato un tizio alla cassa ed è rimasto a chiacchierarci per un po’. Poi è tornato da noi e ci ha condotto lui stesso al tavolo. Mi affascinava vederlo così di casa. Ci siamo seduti ed è arrivato subito il cameriere a elencarci i piatti del giorno: “Abbiamo delle fantastiche linguine alla cernia, con le cernie fresche di oggi pomeriggio...”. “Linguine alla cernia!”. “Sì, anche per me!”. “Tre!”. “Benissimo. Da bere?”. “Vino bianco, no?” ha chiesto Lele, di nuovo guardando me. “Certo” ho risposto. Solo dopo aver ordinato abbiamo cominciato a leggere il menù, più che altro per dare un’occhiata ai prezzi. “Voi quanto prendete di settimanata?” ho chiesto incuriosito dall’argomento. “Io trenta”. “Anch’io”. “Ah sì? E come li spendete?”. “Praticamente tutti in sigarette!” ha risposto Tito. È tornato il cameriere a portarci il vino. Dato che lo aveva poggiato accanto a me mi sono incaricato io di versarlo in quantità rigorosamente uguali. Ma nonostante l’alta concentrazione non ero assolutamente indifferente agli sguardi complici che mi lanciavano e si lanciavano loro due. Il momento era sacro: eravamo al brindisi. Purtroppo, sull’onda dell’imbarazzo che facilmente si crea intorno a un momento del genere, spesso si devia su questioni simpatiche che contrastino con la pesantezza del rito. E da lì i vari brindisi alla fica o alla madre di qualcuno dei presenti - rinomata zoccola! - Ma nei nostri occhi c’era più serietà che scherzo e tutti e tre stavamo pensando la stessa cosa: chi lo avrebbe detto? Chi avrebbe dedicato il brindisi alla nostra nuova amicizia? L’ho fatto io: “A questa giornata; e speriamo che sia la prima di tante!”. Non ero stato troppo specifico ma andava bene. Ridevamo felici di aver brindato a quello che volevamo, e in quel momento, disinibito dall’alcool, ho cominciato a osservarli. Mi incuriosiva soprattutto Tito: rasato, abbronzato, con il profilo romano, un vero uomo. In più portava una maglietta attillata che trovavo gli stesse particolarmente bene e avrei voluto dirglielo, ma Lele mi ha distratto: “Comunque con pochi soldi puoi fare un sacco di cose, basta tenere gli occhi aperti, ci sono molti eventi, posti, locali dove si entra gratis, o ristoranti dove si mangia bene e si spende poco”. Io ero d’accordissimo. È nata un’invettiva contro i nostri comuni amici, che spesso usavano la scusa dei pochi soldi per camuffare la pigrizia. “Voi siete amici di Monti, giusto?”. “Sì”. “E come lo conoscete?”. “I nostri genitori sono amici; poi andavamo a catechismo insieme, a Villa Sciarra, alle feste...”. “E gli altri?”. “Io li conosco soprattutto attraverso lui” ha detto Lele. “Io con molti sono stato a scuola insieme; poi attraverso il Monti, in piazza”. “Beh, comunque non gli va mai di fare un cazzo!”. “No, infatti!”. “Poi perché? Per stare giù alle panchine a farsi le canne e a dire cazzate, che ogni tanto ci può pure stare, ma tutte le sere nun se pò!”. Nel bel mezzo della discussione sono arrivate le linguine, belle, fumanti e piene di pesce squisito. Eravamo quasi commossi e il sapore non ha tradito le aspettative. A ogni boccone sia io che Tito non riuscivamo a trattenere dei veri e propri gemiti di goduria. Lele invece non si scomponeva: probabilmente già le conosceva ed era abituato a quel sapore. O forse per lui erano altri i piaceri della vita. L’ho immaginato sul surf mentre cavalcava un’onda in chissà quale mare, aiutato dal vino che sfumava i contorni della nostra lucidità. Quando abbiamo chiesto il conto ci hanno fatto uno sconto esagerato. Abbiamo provato a lasciare il giusto ma l’amico di Lele non sentiva ragioni. Lo abbiamo ringraziato e siamo usciti. Ci siamo avviati verso la macchina. Non mi andava di guidare, ero troppo ubriaco. Si è offerto di farlo Tito. Una volta montati Lele ha chiesto: “Dove andiamo?”. “Ho un’idea” ha risposto l’amico. Non si è detto altro. Ha acceso la macchina e siamo partiti. Ero incurante di tutto, stavo benissimo, come tra le braccia di una mamma. Mi fidavo ciecamente. Ho buttato dentro un live della Dave Matthews Band e mi sono sdraiato sul sedile. Fuori era molto buio, si vedeva solo il nero della notte. La Dave Matthews suonava Two Steps e i fari della macchina solcavano quel nero come un cucchiaio in un budino. Tenevo gli occhi fissi verso un cielo coperto di stelle fittissime e le orecchie concentrate sulla musica travolgente. Neanche loro parlavano: credo gli piacesse la canzone. Siamo arrivati davanti all’imbocco di una stradina sterrata che si faceva spazio tra gli alberi; in alto si vedevano moltissime luci colorate. Ero perplesso; Tito rideva. Superata una curva che nascondeva l’orizzonte è apparso improvvisamente un mondo nuovo, di luci e rumori fortissimi. Era l’aeroporto di Fiumicino. Di colpo sembrava giorno. Siamo arrivati davanti a un cancello e siamo scesi dalla macchina. Subito un aereo ci è passato sopra col suo rombo stordente, basso come non mai. Ci siamo guardati con occhi increduli. Sorridevamo per l’eccitazione. Ci siamo arrampicati prendendoci in giro su per il cancello e ci siamo messi a sedere su una delle colonne che lo reggevano. C’era spazio per tutti e tre. Un altro aereo, questa volta più piccolo, è venuto verso di noi: era dell’Alitalia. Non avevo mai letto la compagnia di bandiera di un aereo in volo prima di allora. “Ma ogni quanto atterrano?”. “Ogni pochi minuti”. “È fichissimo!”. “Aspetta, vedrai quando arriveranno quelli grossi!”. Subito, come a dimostrazione della loro affermazione, ne abbiamo visto arrivare uno gigantesco, più vicino, sempre di più, finché ci è passato sopra enorme. Non sono riuscito a trattenere un grido di eccitazione. Quando è atterrato mi è venuta voglia di raggiungerlo. “Ma si può scendere giù?” ho chiesto, già conoscendo la risposta. Volevo capire l’entità del divieto. “Se ti beccano ti buttano un anno dentro” ha risposto Lele. “Cavolo”. Mi ha spaventato. Eppure ho reagito incomprensibilmente chiedendo: “E se non ti beccano?”. Lui deve aver colto una sfida nei miei occhi. “Beh, se non ti beccano niente”. Non so se l’ho detto con la vera intenzione di scendere o solo per fare una battuta, ma lui aveva capito che volessi farlo e non potevo più tirarmi indietro. Ho cominciato a calarmi dal cancello nella parte interna all’aeroporto. Tito mi ha seguito. Rideva forte e in un suo sguardo fugace scambiato con Lele ho colto il convincimento di quest’ultimo a venire con noi. Visto che ero stato io a prendere l’iniziativa dovevo anche guidare la spedizione; mi sono diretto verso la pista dov’era atterrato l’ultimo. Mi muovevo con fare giocosamente furtivo per sdrammatizzare e allentare un po’ la tensione. Mi sono fermato sull’erba appena prima dell’asfalto della pista. Mi sono girato e senza indugiare mi sono sdraiato. Loro hanno fatto lo stesso. Ho guardato in alto. Si vedevano le stelle in lontananza. Sembravano tutte aerei. Me li sono immaginati in rotta verso di noi, stavo morendo di paura. Temevo di essere scoperto. Poi finalmente si è vista una luce nuova comparire nel cielo. Mi piacevano le emozioni che provavo ma la paura era così forte che da un lato non vedevo l’ora che finisse quel cavolo di momento! L’aereo si è concretizzato; l’adrenalina è aumentata. Ho tirato un cazzotto a Tito. L’erba ha cominciato a muoversi all’impazzata, ma uniforme; mi solleticava le braccia. Si avvicinava velocissimo e quando ci è stato sopra la testa si è sentito di nuovo: WHOOOOOOM, questa volta ancora più forte. Abbiamo urlato tutti e tre. Continuavamo a urlare per scaricare la tensione anche dopo che era passato. Poi mi è sembrato di vedere qualcosa muoversi in lontananza e ho gridato istintivamente: “Le guardie!”. In un lampo siamo scattati verso il cancello, lo abbiamo scavalcato e un secondo dopo eravamo in macchina in retromarcia verso la libertà. Tito ha lanciato un urlo e Lele mi ha spinto una spalla. “Ma dove stavano le guardie?”. “Ma che ne so!”. Li ho spinti entrambi. È ripartito il live della Dave Matthews, e quando ci siamo calmati abbiamo ricominciato ad ascoltarlo restando in un silenzio per niente imbarazzante; anzi, decisamente profondo e rilassato. Ero contento delle vibrazioni che trasmetteva quel cd e mi piaceva condividerle con loro. Per strada non c’era nessuno. Siamo arrivati a Roma in un batter d’occhio. Abitavano entrambi attaccati a casa mia. Tutti e tre stavamo nell’arco di cento metri. Mi ha fatto ridere oltre che piacere. Siamo arrivati all’angolo dove loro avevano parcheggiato il motorino e dov’era parcheggiata la mia macchina: il posto c’era ancora e Tito l’ha rimessa lì. Mi ha fatto strano.
Marco Zarfati
Io ci sto