ANGELO RONSIVALLE

Quando da Paternò la mia famiglia si trasferì a
Catania giurai che da grande sarei tornato al
mio paese. Ero uno dei tanti ragazzi della ” via Gluck” la cui famiglia per
fuggire dalla povertà abbandonava le campagne e si trasferiva in città col
miraggio del posto fisso. Proprio in quegli anni ebbe inizio il famoso boom
economico degli anni sessanta di cui ho sentito tanto parlare ma che non ho
avuto il piacere di conoscere personalmente. Sulle strade faceva la sua
comparsa la Seicento e gli Italiani scoprivano le cambiali. Mio padre grazie
all’interessamento di mio zio era riuscito ad entrare all’università di
Catania. Eravamo tra i miracolati: lo stipendio era da fame ma arrivava
puntuale al ventisette di ogni mese. Non c’era il rischio che grandine o
siccità distruggessero il raccolto. Mia madre si dava da fare cucendo pantaloni
e vestiti. Paternò era lontana con i miei amici e le viuzze dove giocavamo
insieme. A Catania non potevo uscire da casa. Mia madre mi diceva che in città
rubavano i bambini. Per fortuna c’era l’oratorio dei Salesiani dove potevo
andare a giocare ed è lì che dando calci ad una palla trascorsi praticamente la
mia adolescenza. A quindici anni però l’oratorio cominciò a starmi stretto.
Provavo una certa insofferenza per le messe e per l’Ave Maria che puntualmente,
interrompendo la partita che in quel momento stavamo giocando, ci facevano
recitare ogni pomeriggio alle cinque.
Fu in quel periodo che mio fratello, il maggiore, comprò una chitarra. Fu un amore a prima vista. Un amore che sarebbe durato per tutta la vita. Passavo interi pomeriggi ad imparare gli accordi e ad accompagnare canzoni soprattutto quelle di De Andrè il mio autore preferito. Nel frattempo un altro grande amore irrompeva nella mia vita: la lettura. Ai fumetti di Capitan Michi e Tex Willer e ai romanzi d’avventura che avevano accompagnato la mia fanciullezza e a seguire l’adolescenza, subentrarono i primi libri impegnati. Mi innamorai della filosofia e Bertrand Russel divenne il mio padre putativo. Poi arrivò Marx, la politica, l’Esistenzialismo con Sartre, poi vi fu Camus, Celine Miller e pian piano la mia “biblioteca esistenziale” si andò arricchendo sempre di più. La narrativa insieme alla filosofia sono state la mia grande passione. Questo era l’aspetto intellettuale. Sessualmente parlando invece, fatta eccezione per le seghe, di cui sono un cultore come ho avuto modo di scrivere nel “Triangolo”, ero latitante. Infatti fisicamente non ero un Adone, ero bassino e anche grassottello e questo non facilitava certo il mio approccio con le ragazze. Però ero bravo nel comporre temi e così sfruttando il mio talento cercavo di trarne profitto: scrivevo alle mie compagne di classe i temi ed esse si faceva toccare le cosce da me. Mentre con la mano gliele accarezzavo, raggiungevo il Paradiso: “Il Paradiso delle seghe” come lo avevo ribattezzato. Ricordo il reggicalze e quando ci penso mi eccito ancora. L’invenzione del collant, per quanto pratica, la trovo orrenda: è come aver preso a martellate la Pietà di Michelangelo! All’ultimo anno delle Magistrali grazie a mio fratello, quello che aveva comprato la chitarra, conobbi i Beatles e con loro feci il mio ingresso nella beat generation. Jack Kerouac, Allen Ginsberg, gli Hippies, Bob Dylan e il mio primo viaggio in autostop. Insieme a degli amici raggiunsi Amsterdam e lì per diverse settimane non feci altro che fumare e viaggiare con l’LSD. All’epoca ancora non aveva preso piede l’eroina e l’esperienza con le droghe era un modo per allargare la percezione della realtà. Sono stato da sempre contrario all’eroina, una droga che sa di morte, di annullamento della coscienza. A diciannove anni mi trasferii a Roma. Catania mi stava stretta come mi era già successo qualche anno prima con l’oratorio dei Salesiani. Paternò era ormai lontano. A Roma frequentai l’università e fu lì che conobbi la mia prima ragazza. Fu con lei che feci l’amore per la prima volta e ho vivido ancora il ricordo di quel pomeriggio. Ero impaurito e imbranatissimo e l’episodio comico dello srotolamento del preservativo che ho scritto in “Coriandoli” è realmente accaduto. Per mantenermi agli studi lavoravo in una galleria d’arte. Conobbi molti pittori e anche qualche scrittore tra cui Pasolini. L’incontro più importante però lo feci a S. Maria in Trastevere. Fu lì che conobbi Raphael Alberti. Allora in Spagna vi era ancora la dittatura franchista e lui era un esiliato politico. Esiliato davvero non come Bettino Craxi da me ribattezzato Bottino, capo indiscusso e mente ispiratrice della banda Bassotti. La sera a volte lo incontravo al bar Di Marzio. Mi parlava di politica e di poesia. Grazie a lui mi sono avvicinato a Garcia Lorca a Neruda e a Garcia Marquez. Intanto la mia passione per la musica cresceva sempre più e fu in quegli anni che cominciai a prendere lezioni di chitarra classica. Dopo un paio d’anni, da Trastevere dove ero andato ad abitare, mi trasferii a Testaccio. Quel periodo passato in via Galvani fu irripetibile. Condivisi quell’appartamento con altri amici e quella casa era diventata una fucina di geni incompresi. Scrivevamo tutto il giorno canzoni, chi in cucina, chi in camera, chi perfino in bagno. In seguito visto che i geni continuavano a restare incompresi e c’era il rischio serio che restassero tali fino alla fine dei loro giorni, entrai in una profonda crisi. In quel periodo campavo con i quattro soldi che guadagnavo dando lezioni di chitarra. In pratica facevo la fame. Fu in quel momento che conobbi una ragazza di Milano e me ne innamorai. Dopo qualche mese mi trasferii nella città della “Madonnina” ad ingrossare il numero dei cercatori d’oro che dal Meridione si spostavano al Nord in cerca di fortuna. I primi tempi furono tremendi sia per il lavoro che per il clima. Fu proprio allora che andai a vivere per un certo periodo a Corso Garibaldi in un palazzo occupato. Proprio da quell’esperienza ho tratto ispirazione per scrivere “Coriandoli”. Lo squarcio sul tetto, attraverso cui entrava l’acqua, è esistito veramente. Ricordo una notte in cui piovve così forte che si allagò tutta casa e dovetti andare via chiedendo ospitalità ad un amico. Nel libro quel temporale e quello squarcio danno l’avvio alla storia d’amore tra Paolo e Sara. Qualche mese dopo andai definitivamente via da Garibaldi e cominciai ad insegnare. In seguito conclusi i miei studi musicali e universitari, mi licenziai da scuola e intrapresi il lavoro di musicista pubblicitario. Per molti anni ho composto jingles pubblicitari per la radio e la televisione. Nel 1994 ho ricominciato ad insegnare e nel ‘2001 mi sono trasferito a Roma dove attualmente lavoro e scrivo.
Editore Bonfiglio: - Senta, Di Bella, l’ho convocata perché ho un problema con il prof. Ronsivalle.
Di Bella:- Dica pure.
B.:- Non riesco a convincerlo a farmi
un’autobiografia, lei che lo conosce bene dovrebbe darmi una mano. Come
potremmo fare?
D.:- Gliela facciamo noi, a tradimento.
B.:- Prego?
D.:- Alle spalle, a sua insaputa,
in contumacia. Sa qual è il problema? Angelo Ronsivalle non scriverebbe mai
un’autobiografia. E’ troppo modesto, dovrebbe mettere in luce i suoi lati
migliori, vantare crediti e successi, elencare titoli di studio…non è nel suo
stile.
B.:- Da dove si comincia?
D.:- Inquadriamolo geo-storicamente. Nasce nel 1953 a
Paternò, in provincia di Catania, un centro prepotentemente agrumicolo ma anche
produttore di ottime olive da conserva, pomodori, uve da vino, olio d’oliva,
formaggi d’ogni genere, pecorini e vaccini.
B.:- E’ stato un piccolo contadino?
D.:- No, ma è diventato un intenditore. A Milano,
quelli delle bancarelle tremavano al solo vederlo arrivare. Gli smontava il
lavoro di propaganda, la qualità e i prezzi meglio che una massaia. Sui
pomodori, poi, diventava terrribile: un Savonarola del San Marzano, il
Torquemada del ciliegino.
B.:- Non le sembra di correre un po’ troppo? Siamo
arrivati già a Milano?
D.:- Già, ma mi serve per inquadrare il personaggio,
pronto a trattarsi bene anche durante i periodi di singolaggine, nessuna deroga
alla dignità individuale e all’autostima, cuoco sopraffino anche quando
preparava solo per se’, mai una barba lunga, mai dimenticata una doccia, mai
compromessi sui pomodori.
B.:- L’adolescenza, gli studi?
D.:- Adolescenza, studi…non si smette mai di essere
adolescenti, ne’ di studiare. Ma per amore di brevità dirò che è stato un
ragazzo attivo: calcio quanto basta, Beatles, De Andrè e conseguente amore per
la chitarra, grande interesse per la letteratura, intuito luciferino per la
filosofia e le sue problematiche storiche e teoriche. Bertrand Russell è stato
la sua stella polare sin da giovanissimo, prima ancora di conseguire il diploma
magistrale.
B.:- Musica, letteratura, filosofia, un micidiale mix
culturale.
D.:- Esatto. Ma facciamo un piccolo passo indietro.
Angelo si trasferisce a Catania, da Paternò, all’età di sei anni. Compie gli
studi nel capoluogo etneo dove trova gli stimoli giusti per una prima
formazione culturale. Finisce le scuole superiori con un grande fermento
interiore, ansia di scoperte, voglia di vedere e di viaggiare, desiderio di
sesso e di amore, di esplorare, di esplorarsi. Una sola certezza: la Sicilia
gli va stretta.
B.:- E allora emigra a Roma.
D.:- Emigrazione è una parola dedicata a chi lascia,
con rammarico, le proprie radici, Angelo non è emigrato, è andato a vivere a Roma. Continua gli studi universitari, lavora,
studia chitarra classica, frequenta musicisti e intellettuali, ha successo con
le donne…
D.:- Certo. E non dimentichiamo che doveva accudirsi
di tutto punto, che doveva farsi da mamma.
B.:- Non abbiamo fatto cenno alla creatività.
D.:- Ci stavo arrivando. Cosa abbiamo detto prima?
Musica, letteratura, filosofia. Con una emotività aperta come la sua, sono
state il trampolino di lancio per una creatività crescente e consapevole. Da
quando ha scritto il primo verso della prima canzone, non ha più smesso. Versi
e riflessioni, musiche di impronta classica ma anche pop. Essenzialmente però,
in quel periodo romano scrive canzoni. Fa una prima raccolta di brani e decide
di farli ascoltare. Va a Milano a fare il giro delle case discografiche.
B.:- E, a Milano, ci rimane…
D.:- Non subito. A Milano però, egli rivede una
ragazza incontrata a Roma qualche tempo prima. A Trastevere c’era stata una
lunga, interessante chiacchierata, in San Babila esplode il colpo di fulmine.
Angelo rimane con la sua fiamma, si stabilisce tra le nebbie, tiene i contatti
con le case discografiche.
B.:- Come si mantiene in quel periodo?
D.:- Insegna chitarra e pianoforte, produce jingles
per la radio e la televisione, insegna alle scuole elementari, dà lezioni di
letteratura e filosofia. Il tutto non necessariamente nell’ordine.
B.:- Un movimento infernale!
D.:- Già, pura dinamite. Mettiamoci dentro che trova
il tempo di laurearsi all’Università di Roma con una tesi-bomba, frutto del suo
sudore. Mettiamoci dentro che trova il tempo di studiare composizione e di
conseguire il diploma di direzione di coro.
B.:- Non dobbiamo mettere dentro niente altro?
D.:- Si. Deluso dalle titubanze dei discografici,
decide di fondare una casa di produzione per musiche pubblicitarie: la “ Flauto
magico”; un omaggio a Mozart, una dichiarazione di intenti creativi. Lì, Angelo
è un talento. Tecnicamente padrone dello spartito, associa competenza a
creatività, esperienza di ascolto e cultura strumentale. Il suo lavoro è stato
molto apprezzato, si è spaccato le ossa
ma se le è anche fatte:in più di un’occasione
scrive le musiche, le arrangia, le esegue, le incide. Spesso con una velocità da tintoria lavasecco. Non è da
tutti.
B.:- Non le pare un ritratto un po’ troppo
affettuoso?
D.:- Non potremmo permettercelo. E’ la verità nuda e
cruda. L’uomo si può discutere, la sua biografia no.
B.:- E allora torniamo alla biografia. Paternò,
Catania, Roma e adesso Milano.
D.:- Si, Milano. E’ una città unica, la più
sprovincializzata dello stivale, con una grande anima culturale laica. Se hai
voglia di fare, di lavorare, di acquisire novità, di metterti in gioco, è il
posto giusto. Certo è anche una città dinamica, competitiva ma puoi coltivare
“il sogno americano” di realizzare un progetto senza avere grandi risorse alle
spalle. Magari non sfondi, ma lavori.
B.:- Che rapporto ha Ronsivalle con Milano?
D.:- Cosa dire? Più di vent’anni trascorsi in una
città finiscono per assomigliare ad un matrimonio. Vive grandi amori, affina le
sue percezioni culturali ed esistenziali, si confronta con la realtà, matura,
seleziona amicizie e sogni, ama, odia, ammira i lati positivi, ne rigetta altri
che proprio non digerisce.
B.:- Ad esempio?
D.:- Il clima e un certo tetro municipalismo ma, in
linea di massima, è la sua città.
B.:- Poi cosa succede?
D.:- Succede che si esaurisce il suo rapporto con la
città. Chiude storie sentimentali bellissime e dolorose, chiude l’esperienza
della musica pubblicitaria. Il mondo dell’advertising non ama più gli artigiani
di pregio, si catapulta sulle post-produzioni, compra un pezzo già famoso sulla
piazza della musica pop e lo piazza sotto a un filmato. Il mondo va avanti lo
stesso ma l’artigiano è bruciato.
B.:- Un duro colpo per chi ci ha creduto.
D.:- Un colpo durissimo. Un colpo di spugna a ciò che
eri senza avere il tempo di disegnare ciò che sarai.
B.:- Sento odore di terra bruciata.
D.:- Fisicamente si. Ma moralmente ed
esistenzialmente dalla terra bruciata nascono nuove colture. Sono le esperienze
che formano il futuro scrittore. Un mondo sconfinato di vissuti, persone e cose
che genera la capacità e la necessità di raccontare, di raccontarsi.
B.:- E così ritorna a Roma.
D.:- A Roma c’è la sua famiglia. Angelo si è
stabilizzato come insegnante, continua privatamente ad insegnare musica. E’ un
grande didatta degli strumenti. Roma è una città abbastanza recettiva per
questo tipo di offerta.
B.:- Questo accade nel 2001. E la svolta come
scrittore?
D.:- Era uno sbocco naturale. Creatività, cultura,
esperienza, capacità di analisi e di autoanalisi, ironia, illusione, speranza.
Diamogli una bella shakerata e il gioco è fatto.
B.:- Già, e così nel 2003 lo convinco a pubblicare “
Una paura chiamata amore”.
D.:- Un match durissimo tra l’amore e l’anoressia,
una malabestia dei nostri anni. Un’esperienza dolcissima e disperata, un bagno
nell’irrazionale psicologia di una mente turbata. Il barcamenarsi di un uomo
sensibile che affronta quella mente turbata tra pietas e ironia, rabbia e
tenerezza, impotenza davanti ad una malattia che non vuole essere riconosciuta
come tale e genera la paura di amare…fino in fondo.
B.:- Nel 2004 Angelo Ronsivalle pubblica “
Coriandoli” sempre per la casa editrice Fermento.
D.:- Un affresco della Cappella Sistina. Amore,
storia, miserie, morte, resurrezione, scavi impietosi. Anime denudate e
rivestite. La malinconica consapevolezza di essere coriandoli della storia. La
vivida speranza che non abbiamo vissuto invano.
B.:- Nel 2005 siamo arrivati a pubblicare “ Il triangolo”.
D.:- Sento a pelle che sarà uno scavo ancora più
profondo dei precedenti. Ma è dagli scavi profondi che abbiamo trovato il
tesoro di Priamo. Angelo Ronsivalle è l’apostolo della palingenesi. Cosa
rinascerà questa volta? Che tesoro diseppelirà? Non ci resta che leggerlo.